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Girocchiando qua e là ho trovato il blog di un autore davvero interessante.
| CINQUE PROIETTILI D'ORO - MAGICO VENTO 79 | FRASI DA RICORDARE
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Episodio di transizione, ma con risvolti interessanti, anche perché Magico Vento ritrova un altro frammento del proprio passato, dell'epoca in cui faceva il marinaio e si chiamava ancora Ned Ellis. Per inciso, i capelli corti non gli stavano molto bene.Alle chine il bravo ma sempre più scarno Ivo Milazzo - temo che prima o poi presenterà un episodio totalmente in bianco, con le linee delle vignette e qualche traccia qua e là - ed ai testi il solito Manfredi che ha deciso anche stavolta di prendere in giro il lettore: Ricordo di aver letto, forse in un'intervista, forse sul suo sito, che una delle remore ad affidare la stesura delle storie ad altri sceneggiatori è il timore che il personaggio venga snaturato (un po' come è successo a Dylan Dog, NdV); ad esempio, dice Manfredi, sarebbe una faciloneria esagerata che a Magico Vento bastasse toccare un cadavere per scoprire come si è svolto il delitto, e quindi è meglio non ricorrere indiscriminatamente alle sue "doti sovrannaturali". Ecco, la storia comincia con l'agente segreto Henry Task (già attore di teatro sfigurato, già sgherro di Howard Hogan, già posseduto dallo spirito di Herbert) che chiede a Ned di toccare i cinque proiettili d'oro con cui sono stati assassinati cinque reduci della guerra civile, perché le tracce sono poche e l'FBI brancola nel buio. La faccenda puzza appunto di eccessiva facilità: Ned dovrebbe impugnare i proiettili e scovare l'assassino. Manfredi se la tira per quasi trenta pagine, rinviando di continuo il momento in cui dovrà avvenire il contatto, facendo dire a Poe che se Ned li toccasse la sua mente sarebbe sottoposta a un trauma terribile. Chi vuol conoscere il resto della trama può andare sul sito di Vittorio Sossi, che finalmente s'è fatto risentire.
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| QUALCOSA SULLA STRADA - JOHN DOE 7 | FRASI DA | ||||||||||
Niente copertina nemmeno questo mese, a meno che gli autori stessi si offrano per spedirmene una. Questa volta gli autori puntano sul tema dell'auto assassina, che miete vittime su vittime in uno sperduto paesino, presumibilmente degli Stati Uniti. In mezzo ci sono tante tante cose, perché com'è consuetudine l'albo è infarcito di citazioni e citazioni: tra quelle consce e dichiarate c'è il serial Supercar con David Hasselhoff (erroneamente citato nel testo da Guerra con il nome di David Hasslehoff), il film Lo Squalo, il libro (e film) Christine - La Macchina Infernale, e così via. Come citazione inconscia il finale mi ricorda parecchio un episodio della serie a fumetti Parque Chase, pubblicata a suo tempo in Italia sulla rivista Comic Art: l'auto, ormai imprigionata e moribonda, che versa dai buchi della carrozzeria qualcosa che sembra sangue. Il bello di quella ministoria era soprattutto l'assenza di una spiegazione ed il fatto che l'automobile investisse soltanto chi si trovava a commettere infrazioni. Qui, si evince fin dall'inizio, il piano è stato architettato per portarsi avanti con le morti in assenza della Falce dell'Olocausto (non essendo possibile uccidere tante persone in una volta, le si ammazza in tanti piccoli investimenti, come un frazionamento azionario): lo scenario è una città il cui nome, Serenity, è tutto un programma. L'idea di partenza è piuttosto stupida, perché se può essere vero che un paio di morti di un paesino insignificante passano inosservati non si può dire lo stesso quando il numero delle vittime arriva intorno alla sessantina. Peraltro, il ristretto campo d'azione è un'esigenza di sceneggiatura, in funzione del finale, e la spiegazione pseudologica è offerta dagli ideatori del piano (Guerra e Pestilenza) ad una scettica Morte, che commenta: "Penso che sia una delle cose più stupide che abbia mai sentito." Francamente non so darle torto. Ciò però non significa che la storia sia brutta, perché l'idiozia è scaricata interamente dagli autori (Bartoli e Recchioni) sui due Cavalieri dell'Apocalisse, rappresentati come due bambinoni fissati coi soldatini, Guerre Stellari e i vecchi telefilm americani; una di quelle spiegazioni che non spiegano nulla ma che se fatte bene mi piacciono tanto. Inoltre, appare ormai chiaro che, seppur Eterni, i Cavalieri hanno i loro difetti e fanno le loro craxate, un po' come i vecchi Dei dell'Olimpo. Tra i lati negativi dell'episodio alcuni dialoghi piuttosto forzati, i disegni a volte troppo scarni e l'effetto barbetta che appare e scompare dal volto di John Doe (spiegabile considerando una rapida ricrescita e un rasoio portatile a batterie). Positive le tavole di flashback costruite a tonalità di grigio, la toppata iniziale di JD (che attribuisce la responsabilità del piano alla stessa Morte) ed il non-detto di diverse situazioni, che dà realtà ai personaggi: non è detto, ad esempio, quale sia il rapporto tra lo sceriffo e la sua vice (si sa solo che lui non vuole che lei lo chiami per nome quando sono in servizio). Divertente, seppur prevedibile, la gag finale.
A proposito di non-detto: ho controllato su internet il modo in cui è morto Michael Hutchence, degli InXS (ammetto la mia ignoranza sul genere), e concordo con Leonida: esistono anche buone morti! |
RICORDARE
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| VELENI - JULIA 63 | FRASI DA | |
Niente di che!
Lo spunto di partenza era interessante, mi ha ricordato la prefazione di Paolini su Report una volta che si è occupato del caso Bohpal, in India. Non so quanti abbiano visto quella trasmissione e quanti ricordino direttamente quei giorni in cui un sifone di materiale chimico altamente tossico esplose, disperdendo tutto in un'enorme nuvola di morte per la quale nessuno ha davvero pagato. Quella, però, è storia vera. Questo è un compito in classe, o meglio ancora una ricerchina scolastica sui pericoli delle industrie chimiche non controllate, sugli effetti dell'inquinamento ambientale, sui soliti processi di "scarica-barile". Nulla, quindi, che sia sbagliato, tranne il solito agire troppo da "eroina" (non nel senso tossico, però... per quello c'è da rivolgersi alla sorella Norma, modella strapagata e quindi ovviamente drogata e magari anoressica) della protagonista, che riesce a risolvere il classico "momento catartico" dell'episodio come se si trovasse in un film della serie di Die hard... Che bisogno c'era, poi? Provate ad immaginare una sequenza simile nel film Erin Brockovich... Nulla, comunque, che attiri più di tanto, che invogli a proseguire nella lettura. Soliti battibecchi tra Julia e il capitano Webb risolti nel solito modo da Big Ben, solita rassegna di tutti quelli che in qualche modo hanno avuto a che fare con il delitto, solito colpo di scena che dimostra come le donne facciano bene a diffidare degli uomini. Giancarlo Berardi, ormai, viaggia da troppo tempo sui binari sicuri dei clichés, proprio lui che in tempi remoti cercava la differenza, e questo non mi piace affatto. Certo, la locomotiva ha la strada segnata mentre il bufalo può scartare di lato e cadere, ma quante sono, al giorno d'oggi, le locomotive? Quanti sono i bufali? Chi ha interesse ad ammirare un esercito di treni, quando c'è un bufalo che corre qualche metro più in là?
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RICORDARE
Niente di che. | |